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Segnalazione: Megamind
Imprescindibile, per gli amanti del fumetto.
Un ottimo film per tutti gli altri.
Megamind mischia sapientemente azione, humor e un pizzico di "filosofia" supereroistica (e non solo supereroistica) confezionando così una pellicola che sa accontentare, sa divertire e sa fare anche riflettere.
"Tu non hai idea di cos'è bene per il Male!", dirà ad un certo punto Megamind.
Perchè Megamind (un "pauroso" incrocio tra Brainiac e Lex Luthor) è il malvagio di turno, l'alieno dalle idee geniali e complesse, colui il quale ha fatto della distruzione di Metroman, il suo avversario di sempre (e palese "imitazione" di Superman), l'unica ragione della sua esistenza.
Ma se per caso, Megamind riuscisse nell'impresa di uccidere Metroman? Cosa succederebbe?
Cosa accadrebbe se il supereroe malvagio, il villain, uccidesse l'eroe buono e amato da tutti? Quali sarebbero le conseguenze sul mondo conosciuto, e che impatto avrebbe sui cittadini e sul villain stesso?
Sono questi gli interrogativi e i fulcri narrativi intorno al quale ruota l'intera vicenda. Ma più di questo non posso dire, altrimenti rovinerei la sorpresa.
Posso solo consigliarvi di andare a vedere questo gioiellino al cinema.
Continua a farti del male...
Un ottimo film per tutti gli altri.
Megamind mischia sapientemente azione, humor e un pizzico di "filosofia" supereroistica (e non solo supereroistica) confezionando così una pellicola che sa accontentare, sa divertire e sa fare anche riflettere.
"Tu non hai idea di cos'è bene per il Male!", dirà ad un certo punto Megamind.
Perchè Megamind (un "pauroso" incrocio tra Brainiac e Lex Luthor) è il malvagio di turno, l'alieno dalle idee geniali e complesse, colui il quale ha fatto della distruzione di Metroman, il suo avversario di sempre (e palese "imitazione" di Superman), l'unica ragione della sua esistenza.
Ma se per caso, Megamind riuscisse nell'impresa di uccidere Metroman? Cosa succederebbe?
Cosa accadrebbe se il supereroe malvagio, il villain, uccidesse l'eroe buono e amato da tutti? Quali sarebbero le conseguenze sul mondo conosciuto, e che impatto avrebbe sui cittadini e sul villain stesso?
Sono questi gli interrogativi e i fulcri narrativi intorno al quale ruota l'intera vicenda. Ma più di questo non posso dire, altrimenti rovinerei la sorpresa.
Posso solo consigliarvi di andare a vedere questo gioiellino al cinema.
Epicità
Ovvero quando l'Italia insegnava come fare il Cinema al mondo intero.
Continua a farti del male...
Ufo Robot Goldrake - Go Nagai
Duke Fleed, unico sopravvissuto ed erede al trono del pianeta Fleed, raggiunge la Terra con la sua astronave e il suo robot da combattimento, Goldrake. Porta con sè un messaggio terrificante: il suo pianeta è stato distrutto dalle armate del perfido re Vega, e presto la Terra subirà l'invasione e lo stesso destino del suo pianeta natale. C'è solo un modo per evitare la distruzione: combattere col Goldrake e proteggere la Terra dalle armate di Vega.
Io i robottoni li ho sempre odiati. I vari Gundam, Mazinger, Vultus, Combattler V, Goldrake e compagnia bella mi sono sempre stati sugli zebedei. L'unico che riuscivo a sopportare era Voltron. Tutti gli altri, invece, avrei preferito vederli distrutti e ridotti in frantumi dai nemici. Però il manga di Goldrake ho voluto prenderlo lo stesso.
Vuoi che sto recuperando pian piano l'opera omnia di Go Nagai.
Vuoi che il manga è composto da un singolo volume.
Vuoi che non avevo nulla da leggere.
E allora l'ho comperato. E mi sono riappacificato con i robottoni, e nella fattispecie con Goldrake e con i due Mazinger.
Ufo Robot Goldrake non ha la profondità di Devilman (sebbene non manchino momenti tragici, come il flashback di Duke Fleed/Actarus), e non è nemmeno filosofico come la reinterpretazione della Divina Commedia: punta tutto sull'azione spicciola e sul divertimento immediato. I disegni sono "i soliti" di Go Nagai (un po' retrò, ma per quanto mi riguarda ancora validissimi) e la trama è molto semplice. Si dà anche per scontato che si conoscano le opere precedenti di Go Nagai. Di punto in bianco, infatti, appaiono il Mazinger Z e il Grande Mazinger, che vengono utilizzati prima come "arma" impropria dai veghiani, e poi come alleati di Goldrake per la difesa della Terra.
La lettura però è scorrevole e piacevole, ci si immedesima nelle azioni di Actarus/Duke Fleed e del suo Goldrake (arrivando a tifare per lui!), e tra magli perforanti, alabarde spaziali e generali veghiani malvagi ed orripilanti, si resta - come sempre succede leggendo Go Nagai - impressionati dalla genialità e dall'inventiva del maestro nipponico, le cui opere si fanno leggere e apprezzare anche a trent'anni di distanza.
Continua a farti del male...
Io i robottoni li ho sempre odiati. I vari Gundam, Mazinger, Vultus, Combattler V, Goldrake e compagnia bella mi sono sempre stati sugli zebedei. L'unico che riuscivo a sopportare era Voltron. Tutti gli altri, invece, avrei preferito vederli distrutti e ridotti in frantumi dai nemici. Però il manga di Goldrake ho voluto prenderlo lo stesso.
Vuoi che sto recuperando pian piano l'opera omnia di Go Nagai.
Vuoi che il manga è composto da un singolo volume.
Vuoi che non avevo nulla da leggere.
E allora l'ho comperato. E mi sono riappacificato con i robottoni, e nella fattispecie con Goldrake e con i due Mazinger.
Ufo Robot Goldrake non ha la profondità di Devilman (sebbene non manchino momenti tragici, come il flashback di Duke Fleed/Actarus), e non è nemmeno filosofico come la reinterpretazione della Divina Commedia: punta tutto sull'azione spicciola e sul divertimento immediato. I disegni sono "i soliti" di Go Nagai (un po' retrò, ma per quanto mi riguarda ancora validissimi) e la trama è molto semplice. Si dà anche per scontato che si conoscano le opere precedenti di Go Nagai. Di punto in bianco, infatti, appaiono il Mazinger Z e il Grande Mazinger, che vengono utilizzati prima come "arma" impropria dai veghiani, e poi come alleati di Goldrake per la difesa della Terra.
La lettura però è scorrevole e piacevole, ci si immedesima nelle azioni di Actarus/Duke Fleed e del suo Goldrake (arrivando a tifare per lui!), e tra magli perforanti, alabarde spaziali e generali veghiani malvagi ed orripilanti, si resta - come sempre succede leggendo Go Nagai - impressionati dalla genialità e dall'inventiva del maestro nipponico, le cui opere si fanno leggere e apprezzare anche a trent'anni di distanza.
Prometeo e la guerra - 1937 di Alex Girola
Non è un caso se quest'anno ho letto quattro romanzi, un bel po' di novel e diversi racconti di Alex Girola. Alex sa raccontare e sa farmi divertire. Cosa non da poco, visto i miei gusti piuttosto difficoltosi in materia letteraria. Sono di quelli che non crede che esistano belle o brutte storie, poichè siamo noi a definire "bella" o "brutta" una storia. Però esistono "buone" storie, e sono quelle storie che, pur pescando dall'immaginario comune (e collettivo), riescono a proporti sotto una luce nuove qualcosa che conosciamo bene.
Prometeo e la guerra - 1937 fa anche questo. E' una buona storia (ed è una bella storia, per me), e chiude il discorso iniziato col bellissimo 1935 e con il buon 1936, concludendo il trittico dieselpunk in maniera più che degna e (ri)proponendo anche quel "qualcosa" che conosci attraverso un certo tipo di cinema, di letteratura (e di fumetto), senza risultare banale, scontato o noioso.
Come nei precedenti capitoli, l'aspetto storico/politico ucronico è sviluppato in maniera credibile (e in questo 1937 si raggiunge l'apice dell'evoluzione ucronica del mondo (re)inventato da Alex), così come sempre è accurata la ricerca per quanto riguarda armi e armamentari vari (e per chi è a digiuno di modelli di carriarmati e macchinari simili viene in aiuto la preziosissima appendice a fine volume).
Se 1935 era un romanzo incentrato sul "thriller", e 1936 era incentrato su una trama simil-spionistica, 1937 ha come motore principale e come fulcro centrale la seconda guerra mondiale (ucronica). Nei due precedenti romanzi abbiamo assistito al come e al perchè si è arrivati (piano piano) al secondo conflitto bellico.
In 1937 siamo catapultati in mezzo alla guerra, che viene vista (e vissuta) attraverso gli occhi dei due protagonisti dei precedenti romanzi, l'antropologo Enrico Laddavero e l'ufficiale Clelia Fagan. Come in 1935 e 1936 non mancano i colpi di scena, non mancano i personaggi storici veramente esistiti e non mancano le "solite" scene d'azione made in Girola (d'antologia la parte della Dozzina, che da sola varrebbe la lettura della trilogia). Soprattutto, ritornano in auge gli assemblati e la loro umanità, che in 1936 erano stati lasciati un poco da parte.
Unico, piccolissimo neo: le parti di guerra raccontate. Non sono un maniaco dello "show don't tell", ma mi sarebbe piaciuto vedere almeno una battaglia mostrata nel dettaglio. Se per la campagna di Sardegna e Corsica (e tutti gli altri resoconti bellici) era comprensibile una panoramica "generale" (anche perchè immagino che se ogni singola battaglia fosse stata mostrata, avremmo dovuto leggere un tomo di 1000 e più pagine), la battaglia "finale" di Moulins avrei preferito "vederla" attraverso gli occhi dei soldati (o di Raddavero stesso) e mostrata per filo e per segno fase dopo fase.
Ad ogni modo, a parte questa piccola (e personalissima) critica, 1937 (come i suoi predecessori) si fa leggere con piacere. Un plauso ad Alex per il lavoro, l'impegno e la passione con cui ha lavorato, e anche per come ha concluso il tutto, lasciando(si) una porta aperta per un (eventuale?) prosieguo degli eventi narrati.
Potete scaricare l'eBook gratuito QUI.
Continua a farti del male...
Prometeo e la guerra - 1937 fa anche questo. E' una buona storia (ed è una bella storia, per me), e chiude il discorso iniziato col bellissimo 1935 e con il buon 1936, concludendo il trittico dieselpunk in maniera più che degna e (ri)proponendo anche quel "qualcosa" che conosci attraverso un certo tipo di cinema, di letteratura (e di fumetto), senza risultare banale, scontato o noioso.
Come nei precedenti capitoli, l'aspetto storico/politico ucronico è sviluppato in maniera credibile (e in questo 1937 si raggiunge l'apice dell'evoluzione ucronica del mondo (re)inventato da Alex), così come sempre è accurata la ricerca per quanto riguarda armi e armamentari vari (e per chi è a digiuno di modelli di carriarmati e macchinari simili viene in aiuto la preziosissima appendice a fine volume).
Se 1935 era un romanzo incentrato sul "thriller", e 1936 era incentrato su una trama simil-spionistica, 1937 ha come motore principale e come fulcro centrale la seconda guerra mondiale (ucronica). Nei due precedenti romanzi abbiamo assistito al come e al perchè si è arrivati (piano piano) al secondo conflitto bellico.
In 1937 siamo catapultati in mezzo alla guerra, che viene vista (e vissuta) attraverso gli occhi dei due protagonisti dei precedenti romanzi, l'antropologo Enrico Laddavero e l'ufficiale Clelia Fagan. Come in 1935 e 1936 non mancano i colpi di scena, non mancano i personaggi storici veramente esistiti e non mancano le "solite" scene d'azione made in Girola (d'antologia la parte della Dozzina, che da sola varrebbe la lettura della trilogia). Soprattutto, ritornano in auge gli assemblati e la loro umanità, che in 1936 erano stati lasciati un poco da parte.
Unico, piccolissimo neo: le parti di guerra raccontate. Non sono un maniaco dello "show don't tell", ma mi sarebbe piaciuto vedere almeno una battaglia mostrata nel dettaglio. Se per la campagna di Sardegna e Corsica (e tutti gli altri resoconti bellici) era comprensibile una panoramica "generale" (anche perchè immagino che se ogni singola battaglia fosse stata mostrata, avremmo dovuto leggere un tomo di 1000 e più pagine), la battaglia "finale" di Moulins avrei preferito "vederla" attraverso gli occhi dei soldati (o di Raddavero stesso) e mostrata per filo e per segno fase dopo fase.
Ad ogni modo, a parte questa piccola (e personalissima) critica, 1937 (come i suoi predecessori) si fa leggere con piacere. Un plauso ad Alex per il lavoro, l'impegno e la passione con cui ha lavorato, e anche per come ha concluso il tutto, lasciando(si) una porta aperta per un (eventuale?) prosieguo degli eventi narrati.
Potete scaricare l'eBook gratuito QUI.
In
Libri
I regali di Natale - e non solo -
Post dovuto e doveroso.
Cos'ha avuto il vostro simpatico Buta per Natale?
- risposta da parte vostra: e chi se ne frega! -
Oltre a un po' di soldini da famiglia e parentado che non fanno mai male, la mia "dolce fanciulla" mi ha fatto (come sempre, tra l'altro) dei bei regaloni. Li vedete nella foto.
Se gli anni passati sono stati monopolizzati più da dvd, fumetti e graphic novel, quest'anno la mia fanciulla ha optato per un Natale libresco.
E che Natale libresco!
Rex Tremendae Maiestatis di Evangelisti è stato un regalo anticipato (e già gustato). Ne ho parlato QUI.
Il Cimitero di Praga di Eco sapevo che sarebbe arrivato per Natale. L'avevo cominciato a leggere in eBook (eBook che è stato piratato praticamente il giorno dopo l'uscita del romanzo), ma sapendo che Deborah me l'avrebbe regalato, ho bloccato la lettura in attesa di (ri)cominciarlo in cartaceo. Eco è il mio scrittore italiano preferito, ho tutti i suoi romanzi e tutti i suoi saggi. Non poteva mancare l'ultimo lavoro nella mia piccola biblioteca personale.
Alla scoperta di Troia di Heinrich Schliemann invece è stato un regalo inaspettato, quanto estremamente gradito. Avevo letto dei brani qua e là nel corso degli anni, e mi ero sempre riproposto di comprarlo. Ma non ne ho mai avuto l'occasione. Quindi devo solo ringraziare Deborah per il bel regalo. Tra l'altro è un testo che mi servirà. Nello scrivere un raccont(in)o, mi sono accorto che la storia che stavo plasmando mi stava stretta. Troppo stretta. In genere sono una persona pigra. Alle volte, di tanto in tanto, mi vengono in mente storie, storie che però non mi fanno muovere il culo per (provare a) lavorarci su. Sarà pure che non credo di essere in grado di mettere quattro parole sensate (e ben scritte) in fila.
Però questa storia voglio ampliarla, quanto meno per vedere cosa ci esce fuori. L'idea di base c'è. Il "resto" pure. Manca "solo" la dovuta (e precisa, e approfondita) documentazione.Vedremo.
Il portafotografie butico è stato il tocco di classe di Deborah. In effetti mancava. Uno ce l'ho io, uno ce l'ha lei.E' stato un regalo dolcissimo.
E poi.
E poi ci sono quelle pantofolone tigrate.
Ora, vedere un "ciuccione" di 26 anni con quelle cose al piede potrà farvi ridere (sono sicuro che la sola "idea" di me con quelle cose al piede vi stia facendo sganasciare dalle risate). Voi però non avete idea di quanto siano fottutissimamente morbide e calde 'ste pantofole. E poi, quando ci cammino, mi sembro Voltron.
Quindi un grazie enorme quanto una cattedrale a Deborah per i regali stupendissimi che mi ha fatto!
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Cos'ha avuto il vostro simpatico Buta per Natale?
- risposta da parte vostra: e chi se ne frega! -
Oltre a un po' di soldini da famiglia e parentado che non fanno mai male, la mia "dolce fanciulla" mi ha fatto (come sempre, tra l'altro) dei bei regaloni. Li vedete nella foto.
Se gli anni passati sono stati monopolizzati più da dvd, fumetti e graphic novel, quest'anno la mia fanciulla ha optato per un Natale libresco.
E che Natale libresco!
Rex Tremendae Maiestatis di Evangelisti è stato un regalo anticipato (e già gustato). Ne ho parlato QUI.
Il Cimitero di Praga di Eco sapevo che sarebbe arrivato per Natale. L'avevo cominciato a leggere in eBook (eBook che è stato piratato praticamente il giorno dopo l'uscita del romanzo), ma sapendo che Deborah me l'avrebbe regalato, ho bloccato la lettura in attesa di (ri)cominciarlo in cartaceo. Eco è il mio scrittore italiano preferito, ho tutti i suoi romanzi e tutti i suoi saggi. Non poteva mancare l'ultimo lavoro nella mia piccola biblioteca personale.
Alla scoperta di Troia di Heinrich Schliemann invece è stato un regalo inaspettato, quanto estremamente gradito. Avevo letto dei brani qua e là nel corso degli anni, e mi ero sempre riproposto di comprarlo. Ma non ne ho mai avuto l'occasione. Quindi devo solo ringraziare Deborah per il bel regalo. Tra l'altro è un testo che mi servirà. Nello scrivere un raccont(in)o, mi sono accorto che la storia che stavo plasmando mi stava stretta. Troppo stretta. In genere sono una persona pigra. Alle volte, di tanto in tanto, mi vengono in mente storie, storie che però non mi fanno muovere il culo per (provare a) lavorarci su. Sarà pure che non credo di essere in grado di mettere quattro parole sensate (e ben scritte) in fila.
Però questa storia voglio ampliarla, quanto meno per vedere cosa ci esce fuori. L'idea di base c'è. Il "resto" pure. Manca "solo" la dovuta (e precisa, e approfondita) documentazione.Vedremo.
Il portafotografie butico è stato il tocco di classe di Deborah. In effetti mancava. Uno ce l'ho io, uno ce l'ha lei.E' stato un regalo dolcissimo.
E poi.
E poi ci sono quelle pantofolone tigrate.
Ora, vedere un "ciuccione" di 26 anni con quelle cose al piede potrà farvi ridere (sono sicuro che la sola "idea" di me con quelle cose al piede vi stia facendo sganasciare dalle risate). Voi però non avete idea di quanto siano fottutissimamente morbide e calde 'ste pantofole. E poi, quando ci cammino, mi sembro Voltron.
Quindi un grazie enorme quanto una cattedrale a Deborah per i regali stupendissimi che mi ha fatto!
Tanti auguri, Gesù Cristo!
E nel caso in cui non foste religiosi...Buona Festa del Sole Invitto! :D
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Zorro: l'inizio della leggenda - Isabel Allende
Avete presente Batman Begins?
Bene, questo Zorro - L'inizio della Leggenda di Isabell Allende è il "Batman Begins" incentrato (ovviamente) sulla figura dell'eroe mascherato ottocentesco.
Lasciando da parte le influenze più che evidenti che il Cavaliere Oscuro deve alla famigerata "volpe" (Bob Kane infatti si ispirò proprio a Zorro per creare il suo personaggio, e non è un caso che il film che il piccolo Bruce Wayne stesse vedendo al cinema con la mamma e col papà - prima che questi venissero ammazzati nel vicoletto - fosse proprio Zorro), questo romanzo di Isabel Allende è un bell'affresco storico, e racconta (come fosse una biografia "autorizzata") della vita di Diego De La Vega, dall'incontro dei suoi genitori, alla nascita, passando per l'infanzia, la crescita, l'adolescenza trascorsa a Barcellona, fino alla prima, grande impresa di Zorro in terra Californiana.
Il romanzo è estremamente piacevole, e si fa leggere dall'inzio alla fine.
Interessante il fatto che il piccolo Diego sia figlio di un hidalgo e di una india agguerritissima, che abbia come nonna una delle sciamane più importanti del mondo indiano (e bellissimo il capitolo in cui Diego e Bernardo vengono sottoposti all'iniziazione indiana per rivelare il loro spirito totemico: Bernardo, l'inseparabile amico/fratello di Diego troverà Tornado - il futuro cavallo di Zorro, ancora cucciolo - e capirà che il suo animale totemico è il cavallo; Diego scoprirà - nemmeno a dirlo - che il suo animale totemico è la volpe), che sviluppi la sua agilità e destrezza allenandosi in un circo a Barcellona ed esercitandosi sui pennoni della nave che lo porterà a Barcellona. Così com'è interessante il fatto che la Allende abbia voluto ricreare un "mondo" di Zorro che fosse un perfetto prequel a tutti i telefilm e a tutti i film a lui dedicati.
Se avete visto "La maschera di Zorro",e ricordate un certo medaglione, in questo romanzo si "scopre" cosa sia anche quel medaglione, così come si comprende meglio il famigerato "cerchio del maestro" presente all'interno della pellicola.
Alla facciaccia dei "talebani" dello Show don't tell (secondo i quali questa sia la regola principe per scrivere bene), metà del romanzo è raccontato. Ciò non vuol dire che il romanzo sia brutto o da buttare; anzi, il romanzo "raccontato", se si è in grado di scriverlo, in certe scene rende meglio del mostrato.
A dimostrazione che "la regola delle regole" alle volte, toppa. Soprattutto se ad infrangerla è qualcuno che dimostra (e ha già dimostrato) di saper scrivere in modo eccellente.
Ps: non sono mai stato un estimatore della "volpe". I telefilm mi hanno sempre fatto quasi schifo, così come i cartoni e film vecchi. Le uniche due pellicole che sono riuscito a sopportare sono "Zorro" con Alain Delon e il sopracitato "La maschera di Zorro". Ora, dopo la lettura di questo romanzo, posso dire di essermi finalmante riappaciato con l'eroe.
Continua a farti del male...
Bene, questo Zorro - L'inizio della Leggenda di Isabell Allende è il "Batman Begins" incentrato (ovviamente) sulla figura dell'eroe mascherato ottocentesco.
Lasciando da parte le influenze più che evidenti che il Cavaliere Oscuro deve alla famigerata "volpe" (Bob Kane infatti si ispirò proprio a Zorro per creare il suo personaggio, e non è un caso che il film che il piccolo Bruce Wayne stesse vedendo al cinema con la mamma e col papà - prima che questi venissero ammazzati nel vicoletto - fosse proprio Zorro), questo romanzo di Isabel Allende è un bell'affresco storico, e racconta (come fosse una biografia "autorizzata") della vita di Diego De La Vega, dall'incontro dei suoi genitori, alla nascita, passando per l'infanzia, la crescita, l'adolescenza trascorsa a Barcellona, fino alla prima, grande impresa di Zorro in terra Californiana.
Il romanzo è estremamente piacevole, e si fa leggere dall'inzio alla fine.
Interessante il fatto che il piccolo Diego sia figlio di un hidalgo e di una india agguerritissima, che abbia come nonna una delle sciamane più importanti del mondo indiano (e bellissimo il capitolo in cui Diego e Bernardo vengono sottoposti all'iniziazione indiana per rivelare il loro spirito totemico: Bernardo, l'inseparabile amico/fratello di Diego troverà Tornado - il futuro cavallo di Zorro, ancora cucciolo - e capirà che il suo animale totemico è il cavallo; Diego scoprirà - nemmeno a dirlo - che il suo animale totemico è la volpe), che sviluppi la sua agilità e destrezza allenandosi in un circo a Barcellona ed esercitandosi sui pennoni della nave che lo porterà a Barcellona. Così com'è interessante il fatto che la Allende abbia voluto ricreare un "mondo" di Zorro che fosse un perfetto prequel a tutti i telefilm e a tutti i film a lui dedicati.
Se avete visto "La maschera di Zorro",e ricordate un certo medaglione, in questo romanzo si "scopre" cosa sia anche quel medaglione, così come si comprende meglio il famigerato "cerchio del maestro" presente all'interno della pellicola.
Alla facciaccia dei "talebani" dello Show don't tell (secondo i quali questa sia la regola principe per scrivere bene), metà del romanzo è raccontato. Ciò non vuol dire che il romanzo sia brutto o da buttare; anzi, il romanzo "raccontato", se si è in grado di scriverlo, in certe scene rende meglio del mostrato.
A dimostrazione che "la regola delle regole" alle volte, toppa. Soprattutto se ad infrangerla è qualcuno che dimostra (e ha già dimostrato) di saper scrivere in modo eccellente.
Ps: non sono mai stato un estimatore della "volpe". I telefilm mi hanno sempre fatto quasi schifo, così come i cartoni e film vecchi. Le uniche due pellicole che sono riuscito a sopportare sono "Zorro" con Alain Delon e il sopracitato "La maschera di Zorro". Ora, dopo la lettura di questo romanzo, posso dire di essermi finalmante riappaciato con l'eroe.
In
Libri
Survival Vlog - Documento #2
Qui è sempre Angelo Cavallaro che parla.
Sono passate quasi due settimane da quando ci siamo sentiti l’ultima volta, tempo in cui abbiamo deciso di incamerare maggiore energia per mantenere una linea un po’ più stabile. Il complesso della Nato, dove siamo rifugiati, è dotato per fortuna di un paio di impianti fotovoltaici che ci permettono di avere il minimo indispensabile di energia elettrica. Energia elettrica che però, come potete immaginare, dobbiamo centellinare.
E’ dura, comunque. Durissima. Ho visto che anche altre persone stanno riuscendo a mettersi in contatto tra loro, per scambiarsi informazioni sulla pandemia e sui gialli, e sul modo in cui stanno sopravvivendo. Qui a Bagnoli quasi pensavamo di essere gli ultimi rimasti. Invece, per fortuna, ce ne sono altri, lì fuori.
Se la linea regge, oggi voglio cominciare a parlarvi della nostra storia, do come siamo riusciti a sopravvivere, di come ci siamo arrangiati e di come ci stiamo arrangiando.
All’inzio di tutto, 5 anni fa, la Pandemia, come al solito, fu presa sottogamba. D’altronde penso immaginate da soli le cose come vengono prese, qui a Napoli. Solo quando apparvero i primi gialli da queste parti, e il morbo cominciò a imperversare, ci fu un fuggi fuggi generale verso le campagne. Anche a Bagnoli, il mio quartiere, furono in molti ad andarse. Agli inizi del 2011, dei 20000 abitanti del quartiere, eravamo rimasti circa in 250.
Può sembrare una cosa folle, ma in un mondo completamente malato e vicino al collasso, abbiamo deciso di restare qui. Un posto valeva e vale l’altro, e così, andarsene o rimanere era lo stesso. Ci siamo dati da fare, e abbiamo resistito.
Bagnoli è un quartiere periferico di Napoli, più simile a una cittadina chiusa che a un quartiere inglobato all’interno della città. Per resistere, e fronteggiare una possibile minaccia dei Gialli, ci siamo letteralmente isolati, chiudendo tutte le vie di accesso al quartiere.
Abbiamo utilizzato un paio di ruspe e un camion abbandonati all’interno dell’Italsider, per spostare gli scogli del lungomare de “la pietra” e occludere le strade che collegano Bagnoli agli altri quartieri.
A sud di Bagnoli, via Diocleziano, via Coroglio, e via di Pozzuoli sono chiuse. Abbiamo scaricato tanti di quei detriti dell’ex acciaieria, e tanti di quegli scogli, da creare una specie di muraglia alta diversi metri. E lo stesso abbiamo fatto su viale della liberazione, via Alessandro d’alessandro, e la Cupa Starza, a nord del quartiere, rendendo Bagnoli un posto impenetrabile dall’esterno.
Abbiamo anche occluso i binari delle linee della cumana e della metropolitana, per essere tranquilli.
Grazie a questi accorgimenti, i gialli, fino all’anno scorso, non si sono mai visti, non sapendo nuotare. Il problema è che poi hanno imparato, ma di questo ve ne parlerò in seguito.
Ad ogni modo, dopo aver preso queste prime precauzioni siamo riusciti a…
Continua a farti del male...
Sono passate quasi due settimane da quando ci siamo sentiti l’ultima volta, tempo in cui abbiamo deciso di incamerare maggiore energia per mantenere una linea un po’ più stabile. Il complesso della Nato, dove siamo rifugiati, è dotato per fortuna di un paio di impianti fotovoltaici che ci permettono di avere il minimo indispensabile di energia elettrica. Energia elettrica che però, come potete immaginare, dobbiamo centellinare.
E’ dura, comunque. Durissima. Ho visto che anche altre persone stanno riuscendo a mettersi in contatto tra loro, per scambiarsi informazioni sulla pandemia e sui gialli, e sul modo in cui stanno sopravvivendo. Qui a Bagnoli quasi pensavamo di essere gli ultimi rimasti. Invece, per fortuna, ce ne sono altri, lì fuori.
Se la linea regge, oggi voglio cominciare a parlarvi della nostra storia, do come siamo riusciti a sopravvivere, di come ci siamo arrangiati e di come ci stiamo arrangiando.
All’inzio di tutto, 5 anni fa, la Pandemia, come al solito, fu presa sottogamba. D’altronde penso immaginate da soli le cose come vengono prese, qui a Napoli. Solo quando apparvero i primi gialli da queste parti, e il morbo cominciò a imperversare, ci fu un fuggi fuggi generale verso le campagne. Anche a Bagnoli, il mio quartiere, furono in molti ad andarse. Agli inizi del 2011, dei 20000 abitanti del quartiere, eravamo rimasti circa in 250.
Può sembrare una cosa folle, ma in un mondo completamente malato e vicino al collasso, abbiamo deciso di restare qui. Un posto valeva e vale l’altro, e così, andarsene o rimanere era lo stesso. Ci siamo dati da fare, e abbiamo resistito.
Bagnoli è un quartiere periferico di Napoli, più simile a una cittadina chiusa che a un quartiere inglobato all’interno della città. Per resistere, e fronteggiare una possibile minaccia dei Gialli, ci siamo letteralmente isolati, chiudendo tutte le vie di accesso al quartiere.
Abbiamo utilizzato un paio di ruspe e un camion abbandonati all’interno dell’Italsider, per spostare gli scogli del lungomare de “la pietra” e occludere le strade che collegano Bagnoli agli altri quartieri.
A sud di Bagnoli, via Diocleziano, via Coroglio, e via di Pozzuoli sono chiuse. Abbiamo scaricato tanti di quei detriti dell’ex acciaieria, e tanti di quegli scogli, da creare una specie di muraglia alta diversi metri. E lo stesso abbiamo fatto su viale della liberazione, via Alessandro d’alessandro, e la Cupa Starza, a nord del quartiere, rendendo Bagnoli un posto impenetrabile dall’esterno.
Abbiamo anche occluso i binari delle linee della cumana e della metropolitana, per essere tranquilli.
Grazie a questi accorgimenti, i gialli, fino all’anno scorso, non si sono mai visti, non sapendo nuotare. Il problema è che poi hanno imparato, ma di questo ve ne parlerò in seguito.
Ad ogni modo, dopo aver preso queste prime precauzioni siamo riusciti a…
Racconti di vita (vissuta per finta?) #1: Il commerciante
Il Mercatino Rionale di Bagnoli è un edificio tozzo e rettangolare di due piani: quello superiore è adibito per lo più alla vendita di prodotti alimentari, con pollerie, minimarket, banco surgelati, fruttivendoli e drogherie; quello inferiore, a detersivi, pseudovestiario e prodotti per l'igiene intima.
Un tempo, il Mercatino, era una sorta di Eldorado in miniatura. Assieme al mercato itinerante che occupava una volta a settimana buona parte del quartiere, ci si poteva trovare di tutto, a prezzi convenienti. Adesso, invece, assomiglia più a una ghost town in rovina.
Il Mercatino è decadente, squallido, sporco. La metà dei negozi hanno le serrande arrugginite abbassate, su dieci lampadine che penzolano dal soffitto se ne accende solo una, e la maggior parte dei neon incollati alle pareti lampeggiano impazziti, senza mai fermarsi. Nonostante ciò, e nonostante nel quartiere siano presenti un paio di supermercati ben riforniti, il Mercatino Rionale rimane un punto di riferimento per la cittadinanza, e il luogo preferito dalle casalinghe e dai loro mariti dove trovare la maggior parte delle cose utili per il proprio appartamento, la propria cucina e il proprio frigorifero.
Rispetto al piano superiore - ampio, arioso e illuminato dalla luce che filtra dai finestroni posizionati sotto il soffitto che corrono lungo tutto il perimetro dell’edificio - il pian terreno è un ambiente stretto, claustrofobico e oscuro. E' una specie di corridoio addobbato fino all’inverosimile di cianfrusaglie e suppellettili più o meno inutili, sui lati del quale si aprono cubicoli lerci e in penombra che vendono saponette, borotalco, dentifrici, spazzolini e robe di questo genere.
Il gestore di uno di questi negozietti dai pavimenti dissestati è il signore G., un uomo tozzo e quadrato dall'aria innocente, con gli occhi piccoli e neri, il naso a punta, e le labbra sottili. Benchè la sua merceria sia una delle più orripilanti di tutto il complesso, cerca di ovviare alla “mancanza estetica” trattando i clienti con cortesia, precisione e cordialità. Dicono sia un brav'uomo, con moglie e figli, e che svolga il suo mestiere di commerciante in modo onesto ed esemplare, accontentando i clienti e offrendo sempre merce di prima qualità.
Poi è normale che, nel quotidiano svolgimento dell'esercizio commerciale, possano capitare, di tanto in tanto, intoppi, problemi o questioni di vario tipo. Questioni che il signor G., forte del suo alto senso morale, riesce sempre a risolvere.
Come questa mattina.
Al negozio si è presentata una signora di mezza età con il figlio. Il signor G. li conosce: sono clienti abituali. La signora ha chiesto il solito barattolo di borotalco da un 1kg, e il signor G. ha obbedito. Ha afferrato il barattolo dallo scaffale posto alle sue spalle, l’ha appoggia sul bancone, ha digitato il prezzo sul registratore di cassa, ha strappato lo scontrino emesso e l’ha dato alla signora.
«Signò, song’ 10 euri.»
La signora ha annuito, e dal borsello ha tirato fuori una banconota da 50.
Gli occhi del signor G. hanno brillato per un istante. Ha dato i due biglietti da 20 euro alla signora, mentre il figlio al suo fianco – un grassone dall’aria truce di quasi 30 anni, appoggiato a un carrello della spesa rosso e blu – sbuffava, visibilmente annoiato.
«Grazie, Signor G.», ha fatto la signora, passando il borotalco al figlio, che l’ha riposto nel carrello.
«Stateve bbon’, signò», le ha risposto G., con il suo tipico fare bonario.
La signora e il figlio sono usciti dal bugigattolo. Il signor G. ha continuato a servire i clienti, come al solito.
Dopo circa una quindicina di minuti, è riapparsa la signora del borotalco.
«Signor G., stavo comprando il pollo dalla signora di sopra, e quando ho pagato, mi ha detto che i 20 euro che mi avete dato voi come resto non so’ buoni e sono falsi.»
Il Signor G. ha socchiuso gli occhi, corrugato la fronte, arricciato le labbra e spalancato le braccia.
«Signò, e je che ce pozzo fare? Nun song’problemi miei, questi qua. Quann’na’ cosa jescie dal necozio, nun ce pozzo fare proprie niente. E po’ nun o’vedete ca’ e’sord’ so bbuoni? Ma quanno maje so' falsi!»
La signora ha accennato una flebile protesta, dicendo che oltre alla pollivendola, sia il fruttivendolo, sia la macchinetta per il controllo delle banconote della drogheria avevano stabilito che la banconota da 20 fosse falsa.
«Signò, ve l’aggio detto», ha ringhiato il Signor G., scuotendo la testa, «Nun se po’ ffà niente. I soldi so’ buoni. E mò jatevenne, ch’teng’che ffà. Non vedete che ppe’ mezza vostra s’è fatt’a folla dint’o negozio?»
La signora ha chinato il capo, e se n’è uscita mogia mogia dal cubicolo. Il signor G., sorridendo come se niente fosse successo, ha proseguito nello spicciare le persone che chiedevano questo e quel prodotto. Fino a quando, al bancone, non si è presentato il figlio della signora.
Sorrideva, ma dietro le lenti scure degli occhiali da sole, il Signor G. intuiva le occhiatacce leggermente intimidatorie.
«Ch’ve pozzo da’?», ha chiesto il signor G. rivolgendosi al grassone facendo finta di non sapere chi aveva di fronte.
Il figlio della signora si è fatto avanti, ha poggiato le 20 euro sul bancone e ha detto: «Questi sono i 20 euro che lei ha dato come resto a mia madre. La banconota, e lei lo sa benissimo, è falsa. Dato che non ha voluto cambiarla, pur sapendo di essere in torto, gliel’ho riportata, cosicchè potrà tranquillamente darla come resto a qualche altra persona onesta, che, così come ha fatto mia madre, non si accorgerà che i 20 euro sono falsi e non sono buoni…»
«Ma ch’state diciendo, guagliò», ha urlato il signor G., dissimulando sorpresa e indignazione al tempo stesso, e attirando la solita folla di curiosi pronta a farsi i fatti degli altri. «E’sord’ so' bbuoni. Ch’strunzat’staje dicenn’? Chi ve l’ha detto che i soldi sono falsi?»
Il grassone ha increspato le labbra in un sorriso maligno.
«L’ha detto la macchinetta per le banconote del droghiere del piano di sopra.»
«Eh, ma e’machinett’dicono nu’sacc’e’ strunzate!»
«E allora anche la pollivendola e il fruttivendolo dicono “nu sacc’e strunzate”, dato che hanno constatato il fatto che la banconota è fasulla. Ad ogni modo, se come sostiene – giustamente – lei, dato che i soldi che lei ha dato come resto a mia madre sono buoni, non avrà problemi a tenersi la banconota e a cambiarli con un’altra di pari importo, vero?»
Il Signor G. ha cominciato a guardarsi intorno, spaesato. Non aveva la minima intenzione di cambiare quei soldi, non sapeva cosa rispondere al grassone, e nel frattempo vedeva il capannello di gente formatosi fuori al negozio che annuiva quando parlava il figlio della signora.
«Eh, guagliò, mo’ nun pazziamm’. L’aggio detto già a tua madre. Quann’na cosa esce fuori dal negozio, je nun c’pozzo fare niente.»
«Allora si tenga pure la banconota come le ho detto prima. Tanto le persone qui intorno hanno sicuramente capito che razza di commerciante è.»
«Guè, ma comm’t’permiett e’dicere ste…»
«Stia zitto, che è meglio», ha detto secco il grassone, «Tanto la pessima figura l’ha fatta lo stesso, per lo più davanti ad altri clienti, che come vede mi stanno dando ragione. Le risparmio anche la seccatura di una denuncia per spaccio di banconote false, denuncia che potrei benissimo fare in quanto ho ben tre testimoni che mi conoscono e che hanno appurato il vero. Lei potrà aver guadagnato 20 euro con questo simpatico giochetto, 20 euro che io, a causa sua, ho perso; ma lei sa bene che se io ho perso 20 euro, lei ha perso un cliente, oltre a 100 e più euro in borotalco, dato che mia madre veniva a comprarlo esclusivamente qui una volta al mese.»
Il signor G. è rimasto ammutolito per qualche istante. Poi ha urlato qualcosa, mentre il grassone usciva dal cubicolo e diceva: «Sì, sì, continui a fare la parte dello stuzzo. Bla bla bla bla. L’importante è che la gente abbia visto come lei si comporta e che razza di lestofante è. Fossi in lei, proverei un po’ di vergogna per questo suo comportamento.»
Il capannello di gente intanto bofonchiava qualcosa.
Il Signor G., rimasto col volto terreo, la bocca spalancata e l’espressione stralunata, non sapeva più cosa dire. Come si permetteva quel chiattone di merda di delegittimarlo in quel modo davanti agli altri clienti? Clienti che, adesso, lo stavano guardando tutti con occhi di fuoco e la faccia indignata.
«Che schifo», dicevano alcuni, scuotendo la testa.
«Ma se i soldi erano buoni veramente, perché non li ha cambiati?», sussurravano altri.
«Ch figur’e merd’», affermavano altri ancora.
Il Signor G. ha deglutito, mentre vedeva la gente lasciare il suo negozio. Quelle due-tre persone che prima avevano in mano flaconi di detersivo, spugne e deodoranti, avevano riposto tutto al loro posto e se n’erano andate, lasciandolo solo.
Il negozio era sprofondato nel silenzio di colpo ed era ritornato ad essere quello che era: un cubicolo lurido, piccolo e sporco, all’interno di un edificio squallido e decadente.
Continua a farti del male...
Un tempo, il Mercatino, era una sorta di Eldorado in miniatura. Assieme al mercato itinerante che occupava una volta a settimana buona parte del quartiere, ci si poteva trovare di tutto, a prezzi convenienti. Adesso, invece, assomiglia più a una ghost town in rovina.
Il Mercatino è decadente, squallido, sporco. La metà dei negozi hanno le serrande arrugginite abbassate, su dieci lampadine che penzolano dal soffitto se ne accende solo una, e la maggior parte dei neon incollati alle pareti lampeggiano impazziti, senza mai fermarsi. Nonostante ciò, e nonostante nel quartiere siano presenti un paio di supermercati ben riforniti, il Mercatino Rionale rimane un punto di riferimento per la cittadinanza, e il luogo preferito dalle casalinghe e dai loro mariti dove trovare la maggior parte delle cose utili per il proprio appartamento, la propria cucina e il proprio frigorifero.
Rispetto al piano superiore - ampio, arioso e illuminato dalla luce che filtra dai finestroni posizionati sotto il soffitto che corrono lungo tutto il perimetro dell’edificio - il pian terreno è un ambiente stretto, claustrofobico e oscuro. E' una specie di corridoio addobbato fino all’inverosimile di cianfrusaglie e suppellettili più o meno inutili, sui lati del quale si aprono cubicoli lerci e in penombra che vendono saponette, borotalco, dentifrici, spazzolini e robe di questo genere.
Il gestore di uno di questi negozietti dai pavimenti dissestati è il signore G., un uomo tozzo e quadrato dall'aria innocente, con gli occhi piccoli e neri, il naso a punta, e le labbra sottili. Benchè la sua merceria sia una delle più orripilanti di tutto il complesso, cerca di ovviare alla “mancanza estetica” trattando i clienti con cortesia, precisione e cordialità. Dicono sia un brav'uomo, con moglie e figli, e che svolga il suo mestiere di commerciante in modo onesto ed esemplare, accontentando i clienti e offrendo sempre merce di prima qualità.
Poi è normale che, nel quotidiano svolgimento dell'esercizio commerciale, possano capitare, di tanto in tanto, intoppi, problemi o questioni di vario tipo. Questioni che il signor G., forte del suo alto senso morale, riesce sempre a risolvere.
Come questa mattina.
Al negozio si è presentata una signora di mezza età con il figlio. Il signor G. li conosce: sono clienti abituali. La signora ha chiesto il solito barattolo di borotalco da un 1kg, e il signor G. ha obbedito. Ha afferrato il barattolo dallo scaffale posto alle sue spalle, l’ha appoggia sul bancone, ha digitato il prezzo sul registratore di cassa, ha strappato lo scontrino emesso e l’ha dato alla signora.
«Signò, song’ 10 euri.»
La signora ha annuito, e dal borsello ha tirato fuori una banconota da 50.
Gli occhi del signor G. hanno brillato per un istante. Ha dato i due biglietti da 20 euro alla signora, mentre il figlio al suo fianco – un grassone dall’aria truce di quasi 30 anni, appoggiato a un carrello della spesa rosso e blu – sbuffava, visibilmente annoiato.
«Grazie, Signor G.», ha fatto la signora, passando il borotalco al figlio, che l’ha riposto nel carrello.
«Stateve bbon’, signò», le ha risposto G., con il suo tipico fare bonario.
La signora e il figlio sono usciti dal bugigattolo. Il signor G. ha continuato a servire i clienti, come al solito.
Dopo circa una quindicina di minuti, è riapparsa la signora del borotalco.
«Signor G., stavo comprando il pollo dalla signora di sopra, e quando ho pagato, mi ha detto che i 20 euro che mi avete dato voi come resto non so’ buoni e sono falsi.»
Il Signor G. ha socchiuso gli occhi, corrugato la fronte, arricciato le labbra e spalancato le braccia.
«Signò, e je che ce pozzo fare? Nun song’problemi miei, questi qua. Quann’na’ cosa jescie dal necozio, nun ce pozzo fare proprie niente. E po’ nun o’vedete ca’ e’sord’ so bbuoni? Ma quanno maje so' falsi!»
La signora ha accennato una flebile protesta, dicendo che oltre alla pollivendola, sia il fruttivendolo, sia la macchinetta per il controllo delle banconote della drogheria avevano stabilito che la banconota da 20 fosse falsa.
«Signò, ve l’aggio detto», ha ringhiato il Signor G., scuotendo la testa, «Nun se po’ ffà niente. I soldi so’ buoni. E mò jatevenne, ch’teng’che ffà. Non vedete che ppe’ mezza vostra s’è fatt’a folla dint’o negozio?»
La signora ha chinato il capo, e se n’è uscita mogia mogia dal cubicolo. Il signor G., sorridendo come se niente fosse successo, ha proseguito nello spicciare le persone che chiedevano questo e quel prodotto. Fino a quando, al bancone, non si è presentato il figlio della signora.
Sorrideva, ma dietro le lenti scure degli occhiali da sole, il Signor G. intuiva le occhiatacce leggermente intimidatorie.
«Ch’ve pozzo da’?», ha chiesto il signor G. rivolgendosi al grassone facendo finta di non sapere chi aveva di fronte.
Il figlio della signora si è fatto avanti, ha poggiato le 20 euro sul bancone e ha detto: «Questi sono i 20 euro che lei ha dato come resto a mia madre. La banconota, e lei lo sa benissimo, è falsa. Dato che non ha voluto cambiarla, pur sapendo di essere in torto, gliel’ho riportata, cosicchè potrà tranquillamente darla come resto a qualche altra persona onesta, che, così come ha fatto mia madre, non si accorgerà che i 20 euro sono falsi e non sono buoni…»
«Ma ch’state diciendo, guagliò», ha urlato il signor G., dissimulando sorpresa e indignazione al tempo stesso, e attirando la solita folla di curiosi pronta a farsi i fatti degli altri. «E’sord’ so' bbuoni. Ch’strunzat’staje dicenn’? Chi ve l’ha detto che i soldi sono falsi?»
Il grassone ha increspato le labbra in un sorriso maligno.
«L’ha detto la macchinetta per le banconote del droghiere del piano di sopra.»
«Eh, ma e’machinett’dicono nu’sacc’e’ strunzate!»
«E allora anche la pollivendola e il fruttivendolo dicono “nu sacc’e strunzate”, dato che hanno constatato il fatto che la banconota è fasulla. Ad ogni modo, se come sostiene – giustamente – lei, dato che i soldi che lei ha dato come resto a mia madre sono buoni, non avrà problemi a tenersi la banconota e a cambiarli con un’altra di pari importo, vero?»
Il Signor G. ha cominciato a guardarsi intorno, spaesato. Non aveva la minima intenzione di cambiare quei soldi, non sapeva cosa rispondere al grassone, e nel frattempo vedeva il capannello di gente formatosi fuori al negozio che annuiva quando parlava il figlio della signora.
«Eh, guagliò, mo’ nun pazziamm’. L’aggio detto già a tua madre. Quann’na cosa esce fuori dal negozio, je nun c’pozzo fare niente.»
«Allora si tenga pure la banconota come le ho detto prima. Tanto le persone qui intorno hanno sicuramente capito che razza di commerciante è.»
«Guè, ma comm’t’permiett e’dicere ste…»
«Stia zitto, che è meglio», ha detto secco il grassone, «Tanto la pessima figura l’ha fatta lo stesso, per lo più davanti ad altri clienti, che come vede mi stanno dando ragione. Le risparmio anche la seccatura di una denuncia per spaccio di banconote false, denuncia che potrei benissimo fare in quanto ho ben tre testimoni che mi conoscono e che hanno appurato il vero. Lei potrà aver guadagnato 20 euro con questo simpatico giochetto, 20 euro che io, a causa sua, ho perso; ma lei sa bene che se io ho perso 20 euro, lei ha perso un cliente, oltre a 100 e più euro in borotalco, dato che mia madre veniva a comprarlo esclusivamente qui una volta al mese.»
Il signor G. è rimasto ammutolito per qualche istante. Poi ha urlato qualcosa, mentre il grassone usciva dal cubicolo e diceva: «Sì, sì, continui a fare la parte dello stuzzo. Bla bla bla bla. L’importante è che la gente abbia visto come lei si comporta e che razza di lestofante è. Fossi in lei, proverei un po’ di vergogna per questo suo comportamento.»
Il capannello di gente intanto bofonchiava qualcosa.
Il Signor G., rimasto col volto terreo, la bocca spalancata e l’espressione stralunata, non sapeva più cosa dire. Come si permetteva quel chiattone di merda di delegittimarlo in quel modo davanti agli altri clienti? Clienti che, adesso, lo stavano guardando tutti con occhi di fuoco e la faccia indignata.
«Che schifo», dicevano alcuni, scuotendo la testa.
«Ma se i soldi erano buoni veramente, perché non li ha cambiati?», sussurravano altri.
«Ch figur’e merd’», affermavano altri ancora.
Il Signor G. ha deglutito, mentre vedeva la gente lasciare il suo negozio. Quelle due-tre persone che prima avevano in mano flaconi di detersivo, spugne e deodoranti, avevano riposto tutto al loro posto e se n’erano andate, lasciandolo solo.
Il negozio era sprofondato nel silenzio di colpo ed era ritornato ad essere quello che era: un cubicolo lurido, piccolo e sporco, all’interno di un edificio squallido e decadente.
